te?
Io ne son dolorosa: e queti intanto
si letiziano Apollo e Citerea,
essi che questo d'ogni legge schivo
forsennato aizzâr. Padre, s'io scendo
a rintuzzar l'audace, a discacciarlo
dalla pugna, n'andrai tu meco in ira?
Va, le rispose delle nubi il sire,
spingi contra costui la predatrice
Minerva, a farlo assai dolente usata.
Di ciò lieta la Dea fe' su le groppe
de' corsieri sonar la sferza; e quelli
infra la terra e lo stellato cielo
desïosi volaro; e quanto vede
d'aereo spazio un uom che in alto assiso
stende il guardo sul mar, tanto d'un salto
ne varcâr delle Dive i tempestosi
destrier. Là giunte dove l'onde amiche
confondono davanti all'alta Troia
Simoenta e Scamandro, ivi rattenne
Giuno i cavalli, gli staccò dal cocchio,
e di nebbia li cinse. Il Simoenta
loro un pasco fornì d'ambrosie erbette.
Tacite allora, e col leggiero incesso
di timide colombe ambe le Dive
appropinquârsi al campo acheo, bramose
di dar soccorso a' combattenti. E quando
arrivâr dove molti e valorosi,
come stuol di cinghiali o di lïoni,
si stavano ristretti intorno al forte
figliuolo di Tidèo, presa la forma
di Stèntore che voce avea di ferro,
e pareggiava di cinquanta il grido,
Giuno sclamò: Vituperati Argivi,
mere apparenze di valor, vergogna!
Finché mostrossi in campo la divina
fronte d'Achille, non fur osi i Teucri
scostarsi mai dalle dardanie porte;
cotanto di sua lancia era il terrore.
Or lungi dalle mura insino al mare
vengono audaci a cimentar la pugna.
Sì dicendo svegliò di ciascheduno
e la forza e l'ardir. Sorgiunse in questa
la cerula Minerva a Dïomede
ch'appo il carro la piaga, onde l'offese
di Pandaro lo stral, refrigerava;
e colla stanca destra sollevando
dello scudo la soga tutta molle
di molesto sudor, tergea del negro
sangue la tabe. Colla man posata
sul giogo de' corsier la Dea sì disse:
Tidèo per certo generossi un figlio
che poco lo somiglia. Era Tidèo
picciol di corpo, ma guerriero; e quando
io gli vietava di pugnar, fremea.
E quando senza compagnìa venuto
ambasciatore a Tebe io co' Tebani
ne' regii alberghi a banchettar l'astrinsi,
non depose egli, no, la bellicosa
alma di prima, ma sfidando il fiore
de' giovani Cadmei, tutti li vinse
agevolmente col mio nume al fianco.
E al tuo fianco del pari io qui ne vegno,
e ti guardo e t'esorto e ti comando
di pugnar co' Troiani arditamente.
Ma te per certo o la fatica oppresse,
o qualche tema agghiaccia, e tu non sei
più, no, la prole del pugnace Enìde.
Ti riconosco, o Dea (tosto rispose
il valoroso eroe), ti riconosco,
figlia di Giove, e di buon grado e netta
mia ragione dirò. Né vil timore
né ignavia mi rattien, ma il tuo comando.
Non se' tu quella che pugnar poc'anzi
mi vietasti co' numi? E se la figlia
di Giove Citerea nel campo entrava,
non mi dicesti di ferirla? Il feci.
Ed or recedo, e agli altri Achivi imposi
d'accogliersi qui tutti, ora che Marte,
ben lo conosco, de' Troiani è il duce.
E a lui la Diva dalle luci azzurre:
Diletto Dïomede, alcuna tema
di questo Marte non aver, né d'altro
qualunque iddio, se tua difesa io sono.
Sorgi, e drizza in costui gl'impetuosi
tuoi corridori, e stringilo e il percuoti,
né riguardo t'arresti né rispetto
di questo insano ad ogni mal parato
e ad ogni parteggiar, che a me pur dianzi
e a Giuno promettea che contra i Teucri
a pro de' Greci avrìa pugnato; ed ora
immemore de' Greci i Teucri aiuta.
Dissero; e il rege la chiamò per nome:
Vieni, Elena, vien qua, figlia diletta,
siedimi accanto, e mira il tuo primiero
sposo e i congiunti e i cari amici. Alcuna
non hai colpa tu meco, ma gli Dei,
che contra mi destâr le lagrimose
arme de' Greci. Or drizza il guardo, e dimmi
chi sia quel grande e maestoso Acheo
di sì bel portamento? Altri l'avanza
ben di statura, ma non vidi al mondo
maggior decoro, né mortale io mai
degno di tanta riverenza in vista:
Re lo dice l'aspetto. - E la più bella
delle donne così gli rispondea:
Suocero amato, la presenza tua
di timor mi rïempie e di rispetto.
Oh scelta una crudel morte m'avessi,
pria che l'orme del tuo figlio seguire,
il marital mio letto abbandonando
e i fratelli e la cara figlioletta
e le dolci compagne! Al ciel non piacque;
e quindi è il pianto che mi strugge. Or io
di ciò che chiedi ti farò contento.
Quegli è l'Atride Agamennón di molte
vaste contrade correttor supremo,
ottimo re, fortissimo guerriero,
un dì cognato a me donna impudica,
s'unqua fui degna che a me tale ei fosse.
Disse; ed in lui maravigliando il vecchio
fisse il guardo e sclamò: Beato Atride,
cui nascente con fausti occhi miraro
la Parca e la Fortuna, onde il comando
di fior tanto d'eroi ti fu sortito!
Sovviemmi il giorno ch'io toccai straniero
la vitifera Frigia. Un denso io vidi
popolo di cavalli agitatore
dell'inclito Migdon schiere e d'Otrèo,
che poste del Sangario alla riviera
avean le tende, ed io co' miei m'aggiunsi
lor collegato, e fui del numer uno
il dì che a pugna le virili Amàzzoni
discesero. Ma tante allor non fûro
le frigie torme no quante or l'achee.
Visto un secondo eroe, di nuovo il vecchio
la donna interrogò: Dinne chi sia
quell'altro, o figlia. Egli è di tutto il capo
minor del sommo Agamennón, ma parmi
e del petto più largo e della spalla.
Gittate ha l'armi in grembo all'erba, ed egli
come arïète si ravvolve e scorre
tra le file de' prodi; e veramente
parmi di greggia guidator lanoso
quando per mezzo a un branco si raggira
di candide belanti, e le conduce.
Quegli è l'astuto laerziade Ulisse,
la donna replicò, là nell'alpestre
suol d'Itaca nudrito, uom che ripieno
di molti ingegni ha il capo e di consigli.
Donna, parlasti il ver, soggiunse il saggio
Antènore. Spedito a dimandarti
col forte Menelao qua venne un tempo
ambasciatore Ulisse, ed io fui loro
largo d'ospizio e d'accoglienze oneste,
e d'ambo studïai l'indole e il raro
accorgimento. Ma venuto il giorno
di presentarsi nel troian senato,
notai che, stanti l'uno e l'altro in piedi,
il soprastava Menelao di spalla;
ma seduti, apparìa più augusto Ulisse.
Come poi la favella e de' pensieri
spiegâr la tela, ognor succinto e parco
ma concettoso Menelao parlava;
ch'uom di molto sermone egli non era,
né verbo in fallo gli cadea dal labbro,
benché d'anni minor. Quando poi surse
l'itaco duce a ragionar, lo scaltro
stavasi in piedi con lo sguardo chino
e confitto al terren, né or alto or basso
movea lo scettro, ma tenealo immoto
in zotica sembianza, e un dispettoso
detto l'avresti, un uom balzano e folle.
Ma come alfin dal vasto petto emise
la sua gran voce, e simili a dirotta
neve invernal piovean l'alte parole,
verun mortale non avrebbe allora
con Ulisse conteso; e noi ponemmo
la maraviglia di quel suo sembiante.
Qui vide un terzo il re d'eccelso e vasto
corpo, ed inchiese: Chi quell'altro fia
che ha membra di gigante, e va sovrano
degli omeri e del capo agli altri tutti? -
Il grande Aiace, rispondea racchiusa
nel fluente suo vel la dìa Lacena,
Aiace, rocca degli Achei. Quell'altro
dall'altra banda è Idomenèo: lo vedi?
ritto in piè fra' Cretensi un Dio somiglia,
e de' Cretensi gli fan cerchio i duci.
Spesso ad ospizio nelle nostre case
l'accolse Menelao, ben lo ravviso,
e ravviso con lui tutti del greco
Poiché tutta si folce in voi la speme
de' Troiani e de' Licii, e che voi siete
i miglior nella pugna e nel consiglio,
voi, Ettore ed Enea, qui state, e i nostri
alle porte fuggenti rattenete,
pria che, con riso del nemico, in braccio
si salvin delle mogli. E come tutte
ben rincorate le falangi avrete,
noi di piè fermo, benché lassi e in dura
necessitade, qui farem coll'armi
buon ripicco agli Achei. Ciò fatto, a Troia
tu, Ettore, ten vola, ed alla madre
di' che salga la rocca, e del delubro
a Minerva sacrato apra le porte,
e vi raccolga le matrone, e il peplo
il più grande, il più bello, e a lei più caro
di quanti in serbo ne' regali alberghi
ella ne tien, deponga umilemente
su le ginocchia della Diva, e dodici
giovenche le prometta ancor non dome,
se la nostra città commiserando
e le consorti e i figli, ella dal sacro
Ilio allontana il fiero Dïomede
combattente crudele, e vïolento
artefice di fuga, e per mio senno
il più gagliardo degli Achei. Né certo
noi tremammo giammai tanto il Pelìde,
benché figlio a una Dea, quanto costui
che fuor di modo inferocisce, e nullo
vien di forze con esso a paragone.
Disse: e al cenno fraterno obbedïente
Ettore armato si lanciò dal carro
con due dardi alla mano; e via scorrendo
per lo campo e animando ogni guerriero,
rinfrescò la battaglia: e tosto i Teucri
voltâr la faccia, e coraggiosi incontro
fersi al nemico. S'arretrâr gli Achivi,
e la strage cessò; ch'essi mirando
sì audaci i Teucri convertir le fronti,
stimâr disceso in lor soccorso un Dio.
E tuttavia le sue genti Ettorre
confortando, gridava ad alta voce:
Magnanimi Troiani, e voi di Troia
generosi alleati, ah siate, amici,
siatemi prodi, e fuor mettete intera
la vostra gagliardìa, mentr'io per poco
men volo in Ilio ad intimar de' padri
e delle mogli i preghi e le votive
ecatombi agli Dei. - Parte, ciò detto.
Ondeggiano all'eroe, mentre cammina,
l'alte creste dell'elmo; e il negro cuoio,
che gli orli attorna dell'immenso scudo,
la cervice gli batte ed il tallone.
Di duellar bramosi allor nel mezzo
dell'un campo e dell'altro appresentârsi
Glauco, prole d'Ippoloco, e il Tidìde.
Come al tratto dell'armi ambo fur giunti,
primo il Tidìde favellò: Guerriero,
chi se' tu? Non ti vidi unqua ne' campi
della gloria finor. Ma tu d'ardire
ogni altro avanzi se aspettar non temi
la mia lancia. È figliuol d'un infelice
chi fassi incontro al mio valor. Se poi
tu se' qualche Immortal, non io per certo
co' numi pugnerò; ché lunghi giorni
né pur non visse di Drïante il forte
figlio Licurgo che agli Dei fe' guerra.
Su pel sacro Nisseio egli di Bacco
le nudrici inseguìa. Dal rio percosse
con pungolo crudel gittaro i tirsi
tutte insieme, e fuggîr: fuggì lo stesso
Bacco, e nel mar s'ascose, ove del fero
minacciar di Licurgo paventoso
Teti l'accolse. Ma sdegnârsi i numi
con quel superbo. Della luce il caro
raggio gli tolse di Saturno il figlio,
e detestato dagli Eterni tutti
breve vita egli visse. All'armi io dunque
non verrò con gli Dei. Ma se terreno
cibo ti nutre, accòstati; e più presto
qui della morte toccherai le mete.
E d'Ippoloco a lui l'inclito figlio:
Magnanimo Tidìde, a che dimandi
il mio lignaggio? Quale delle foglie,
tale è la stirpe degli umani. Il vento
brumal le sparge a terra, e le ricrea
la germogliante selva a primavera.
Così l'uom nasce, così muor. Ma s'oltre
brami saper di mia prosapia, a molti
ben manifesta, ti farò contento.
Siede nel fondo del paese argivo
Efira, una città, natìa contrada
di Sisifo che ognun vincea nel senno.
Dall'Eolide Sisifo fu nato
Glauco; da Glauco il buon Bellerofonte,
cui largiro gli Dei somma beltade,
e quel dolce valor che i cuori acquista.
Ma Preto macchinò la sua ruina,
e potente signor d'Argo che Giove
sottomessa gli avea, d'Argo l'espulse
precipitosi fuggirìan gli Achivi.
Stolta speranza! Custodìan la porta
due fortissimi eroi, germi animosi
de' guerrieri Lapiti. Era l'un d'essi
Polipète, figliuol di Piritòo,
l'altro il feroce Leontèo. Sublimi
stavan quivi costor, sembianti a due
eccelse querce in cima alla montagna,
che ferme e colle lunghe ampie radici
abbracciando la terra, eternamente
sostengono la piova e le procelle;
così fidati nelle man robuste,
ben lungi dal voltar per tema il tergo,
voltan anzi la fronte i due guerrieri,
d'Asio aspettando la gran furia. Ed esso
coll'Asiade Acamante, e con Oreste
e Jameno e Toone ed Enomào
sollevando gli scudi, il forte muro
van con fracasso ad assalir. Ma fermi
sull'ingresso i due prodi altrui fan core
alla difesa delle navi. Alfine
visti i Teucri avventarsi alla muraglia
d'ogni parte, e fuggir con alto grido
di spavento gli Achivi, impeto fece
l'ardita coppia: e fiero anzi le porte
un conflitto attaccâr, come silvestri
verri ch'odon sul monte avvicinarsi
il fragor della caccia: impetuosi
fulminando a traverso, a sé dintorno
rompon la selva, schiantano la rosta
dalle radici, e sentir fanno il suono
del terribile dente, infine che colti
d'acuto strale perdono la vita;
di questi due così sopra i percossi
petti sonava il luminoso acciaro,
e così combattean, nelle gagliarde
destre fidando, e nel valor di quelli
che di sopra dai merli e dalle torri
piovean nembi di sassi alla difesa
delle tende, dei legni e di se stessi.
Cadean spesse le pietre come spessa
la grandine cui vento impetuoso
di negre nubi agitator riversa
sull'alma terra; né piovean gli strali
sol dalle mani achive, ma ben anco
dalle troiane, e al grandinar de' sassi
smisurati mettean roco un rimbombo
gli elmi percossi e i risonanti scudi.
Fremendo allor si batté l'anca il figlio
d'Irtaco, e disse disdegnoso: O Giove
e tu pur ti se' fatto ora l'amico
della menzogna? Chi pensar potea
contro il nerbo di nostre invitte mani
tal resistenza dagli Achei? Ma vélli
che come vespe maculose in erti
nidi nascoste, a chi dà lor la caccia
s'avventano feroci, e per le cave
case e pe' figli battagliar le vedi:
così costor, benché due soli, addietro
dar non vonno che morti o prigionieri.
Così parlava, né perciò di Giove
si mutava il pensier, che al solo Ettorre
dar la palma volea. Aspro degli altri
all'altre porte intanto era il conflitto.
Ma dura impresa mi sarìa dir tutte,
come la lingua degli Dei, le cose.
Perocché quanto è lungo il saldo muro
tutto è vampo di Marte. Alta costringe
necessità, quantunque egri, gli Achei
a pugnar per le navi; e degli Achei
tutti eran mesti in cielo i numi amici.
Qui cominciâr la pugna i due Lapiti.
Vibrò la lancia il forte Polipète,
e Damaso colpì tra le ferrate
guance dell'elmo. L'elmo non sostenne
la furïosa punta che, spezzati
i temporali, gli allagò di sangue
tutto il cerèbro, e morto lo distese:
indi all'Orco Pilon spinse ed Ormeno.
Né la strage è minor di Leontèo,
d'Antìmaco figliuolo anzi di Marte.
Sul confin della cintola ei percote
Ippomaco coll'asta: indi cavata
dal fodero la daga, per lo mezzo
della turba si scaglia, e pria d'un colpo
tasta Antifonte che supin stramazza;
poi rovescia Menon, Jameno, Oreste,
tutti l'un sovra l'altro nella polve.
Mentre che Polipète e Leontèo
delle bell'armi spogliano gli uccisi,
la numerosa e di gran core armata
troiana gioventude, impazïente
di spezzar la muraglia, arder le navi,
Polidamante ed Ettore seguìa,
i quai repente all'orlo della fossa
irresoluti s'arrestâr dubbiando
di passar oltre: perocché sublime
un'aquila comparve, che sospeso
tenne il campo a sinistra. Il fero augello
stretto portava negli artigli un drago
Darallo, se gli piace, un'altra volta
a noi pur: ma di Giove oltrapossente
il supremo voler forza non pate.
Tutto ben parli, o vecchio, gli rispose
l'imperturbato eroe; ma il cor mi crucia
la dolorosa idea ch'Ettore un giorno
fra' Troiani dirà gonfio d'orgoglio:
Io fugai Dïomede, io lo costrinsi
a scampar nelle navi. - Ei questo vanto
menerà certo, e a me si fenda allora
sotto i piedi la terra, e mi divori.
E Nestore ripiglia: Ah che dicesti,
valoroso Tidìde? E quando avvegna
che un codardo, un imbelle Ettor ti chiami,
i Troiani non già sel crederanno,
né le troiane spose, a cui nell'atra
polve stendesti i floridi mariti.
Disse; e addietro girò tosto i cavalli
tra la calca fuggendo. Ettore e i Teucri
con urli orrendi li seguiro, e un nembo
piovean su lor d'acerbi strali, ed alto
gridar s'udiva de' Troiani il duce:
I cavalieri argivi, o Dïomede,
e di seggio e di tazze e di vivande
te finora onorâr su gli altri a mensa;
ma deriso or n'andrai, che un cor palesi
di femminetta. Via di qua, fanciulla;
non salirai tu, no, fin ch'io respiro,
d'Ilio le torri, né trarrai cattive
le nostre mogli nelle navi, e morto
per la mia destra giacerai tu pria.
Stettesi in forse a quel parlar l'eroe
di dar volta ai cavalli, e d'affrontarlo.
Ben tre volte nel core e nella mente
gliene corse il desìo, tre volte Giove
rimormorò dall'Ida, e fe' securi
della vittoria con quel segno i Teucri.
Con orribile grido Ettore allora
animando le schiere: O Licii, o Dardani,
o Troiani, dicea, prodi compagni,
mostratevi valenti, e fuor mettete
le generose forze. Io non m'inganno,
Giove è propizio; di vittoria a noi
e d'esizio a' nemici ei diede il segno.
Stolti! che questo alzâr debile muro,
troppo al nostro valor frale ritegno.
Quella lor fossa varcheran d'un salto
i miei cavalli; e quando emerso a vista
io sarò delle navi, allor le faci
ministrarmi qualcun si risovvegna,
ond'io que' legni incenda, e fra le vampe
sbalorditi dal fumo i Greci uccida.
Poi conforta i destrieri, e sì lor parla:
Xanto, Podargo, Etón, Lampo divino,
mercé del largo cibo or mi rendete,
che dell'illustre Eezïon la figlia
Andromaca vi porge, il dolce io dico
frumento, e l'alma di Lïeo bevanda,
ch'ella a voi mesce desïosi, a voi
pria che a me stesso che pur suo mi vanto
giovine sposo. Or via, volate; andiamo
alla conquista del nestòreo scudo
di cui va il grido al cielo, e tutto il dice
d'auro perfetto, e d'auro anco la guiggia.
Poi di dosso trarremo a Dïomede
l'usbergo, esimia di Vulcan fatica.
Se cotal preda ne riesce, io spero
che ratti i Greci su le navi in questa
notte medesma salperan dal lido.
Del superbo parlar forte sdegnossi
l'augusta Giuno, e s'agitò sul trono
sì che scosso tremonne il vasto Olimpo.
Quindi rivolte le parole al grande
dio Nettunno, sì disse: E sarà vero,
possente Enosigèo, che degli Argivi
a pietà non ti mova la ruina!
Pur son essi che in Elice ed in Ege
rècanti offerte graziose e molte.
E perché dunque non vorrai tu loro
la vittoria bramar? Certo se quanti
siam difensori degli Achivi in cielo
vorrem de' Teucri rintuzzar l'orgoglio
e al Tonante far forza, egli soletto
e sconsolato sederà su l'Ida.
Oh! che mai parli, temeraria Giuno?
le rispose sdegnoso il re Nettunno:
non sia, no mai, che col saturnio Giove
a cozzar ne sospinga il nostro ardire;
rammenta ch'egli è onnipossente, e taci.
Mentre seguìan tra lor queste parole,
quanto intervallo dalle navi al muro
la fossa comprendea, tutto era denso
di cavalli, di cocchi e di guerrieri
ivi dal fiero Ettòr serrati e chiusi,
che simigliante al rapido Gradivo
infuriava col favor di Giove.
E ben le navi avrìa messe in faville,
se l'alma Giuno in cor d'Agamennóne
il pensier non ponea di girne attorno
ratto egli stesso a incoraggiar gli Achivi.
lungo il fiume a dormir. Stringean frattanto
d'assedio la cittade i forti Elèi
d'espugnarla bramosi. Ma di Marte
ebber tosto davanti una grand'opra.
Brillò sul volto della terra il sole,
e noi Minerva supplicando e Giove
appiccammo la zuffa. Aspro fu il cozzo
delle due genti, ed io primiero uccisi
(e i corsieri gli tolsi) il bellicoso
Mulio, gener d'Augìa, del quale in moglie
la maggior figlia possedea, la bionda
Agamède, cui nota era, di quante
l'almo sen della terra erbe produce,
la medica virtù. Questo io trafissi
coll'asta, e lo distesi, e, dell'ucciso
salito il cocchio, mi cacciai tra' primi.
Visto il duce cader de' cavalieri
che gli altri tutti di valor vincea,
si sgomentaro i generosi Elèi,
e fuggîr d'ogni parte. Io come turbo
mi serrai loro addosso, e di cinquanta
carri fei preda, e intorno a ciascheduno
mordean la polve dal mio ferro ancisi
due combattenti. E messi a morte avrei
gli Attòridi pur anco, i due medesmi
Molïoni, se fuor della battaglia
non li traea, coprendoli di nebbia,
il gran rege Nettunno. Al nostro ardire
alta vittoria allor Giove concesse.
Perocché per lo campo, tutto sparso
di scudi e di cadaveri, tant'oltre
gl'inseguimmo uccidendo, e raccogliendo
le bell'armi nemiche, che spingemmo
fino ai buprasii solchi i corridori,
fin all'olenio sasso, ed alla riva
d'Alèsio, al luogo che Calon si noma.
Qui fêr alto per cenno di Minerva
i vincitori, e qui l'estremo io spensi.
Da Buprasio frattanto i nostri prodi
riconduceano a Pilo i polverosi
carri, e dar laude si sentìa da tutti
a Giove in cielo, ed a Nestorre in terra.
Tal nelle pugne apparve il valor mio.
Ma del valor d'Achille il solo Achille
godrassi, e quando consumati ahi! tutti
vedrà gli Achivi, piangerà, ma indarno.
Caro Patròclo, nel pensier richiama
di Menèzio i precetti, onde il buon veglio
t'accompagnava il giorno che da Ftia
ti spediva all'Atride Agamennóne.
Fummo presenti, e gli ascoltammo interi
il divo Ulisse ed io Nestorre, entrambi
al regal tetto di Pelèo venuti
a far eletta di guerrieri achei.
Ivi l'eroe Menèzio e te vedemmo
d'Achille al fianco. Il cavalier Pelèo,
venerando vegliardo, entro il cortile
al fulminante Giove ardea le pingui
cosce d'un tauro, e sull'ardenti fibre
negro vino da nappo aureo versava.
Voi vi stavate preparando entrambi
le sacre carni, e noi giungemmo in quella
sul limitar. Stupì, levossi Achille,
per man ne prese, e n'introdusse, in seggio
ne collocò, ne pose innanzi i doni
che il santo dritto dell'ospizio chiede.
Ristorati di cibo e di bevanda,
io parlai primamente, e v'esortava
l'uno e l'altro a seguirne; e il bramavate
voi fortemente. E quai de' due canuti
fûro allora i conforti? Al figlio Achille
raccomandò Pelèo l'oprar mai sempre
da prode, e a tutti di valor star sopra.
Ma volto a te l'Attòride Menèzio,
Figlio, il vecchio dicea, ti vince Achille
di sangue, e tu lui d'anni; egli di forza,
tu di consiglio. Con prudenti avvisi
dunque il governa e l'ammonisci, e all'uopo
t'obbedirà. Tal era il suo precetto;
tu l'obblïasti. Or via, l'adempi adesso,
parla all'amico bellicoso, e tenta
süaderlo. Chi sa? Qualche buon Dio
animerà le tue parole, e l'alma
toccherà di quel fiero. Al cor va sempre
l'ammonimento d'un diletto amico.
Ché s'ei paventa in suo segreto un qualche
vaticinio, se alcuno a lui da Giove
la madre ne recò, te mandi almeno
co' Mirmidóni a confortar gli Achivi
nella battaglia, e l'armi sue ti ceda.
Forse ingannati dall'aspetto i Teucri
ti crederan lui stesso, e fuggiranno,
e gli egri Achei respireranno: è spesso
di gran momento in guerra un sol respiro.
E voi freschi guerrieri agevolmente
respingerete lo stanco nemico
dalle tende e dal mare alla cittade.
Sì disse il saggio, e tutto si commosse
il cor nel petto di Patròclo. Ei corse
lungo il lido ad Achille, e giunto all'alta
con gli alleati la dardania gente.
Ma tutta notte di Saturno il figlio
con terribili tuoni annunzïava
alte sventure nel suo senno ordite.
Di pallido terror tutti compresi
dalle tazze spargean le spume a terra
devotamente, né veruno ardìa
appressarvi le labbra, se libato
pria non avesse al prepotente Giove.
Corcârsi alfine, e su lor scese il sonno.

Libro Ottavo
Già spiegava l'aurora il croceo velo
sul volto della terra, e co' Celesti
su l'alto Olimpo il folgorante Giove
tenea consiglio. Ei parla, e riverenti
stansi gli Eterni ad ascoltar: M'udite
tutti, ed abbiate il mio voler palese;
e nessuno di voi né Dio né Diva
di frangere s'ardisca il mio decreto,
ma tutti insieme il secondate, ond'io
l'opra, che penso, a presto fin conduca.
Qualunque degli Dei vedrò furtivo
partir dal cielo, e scendere a soccorso
de' Troiani o de' Greci, egli all'Olimpo
di turpe piaga tornerassi offeso;
o l'afferrando di mia mano io stesso,
nel Tartaro remoto e tenebroso
lo gitterò, voragine profonda
che di bronzo ha la soglia e ferree porte,
e tanto in giù nell'Orco s'inabissa,
quanto va lungi dalla terra il cielo.
Allor saprà che degli Dei son io
il più possente. E vuolsene la prova?
D'oro al cielo appendete una catena,
e tutti a questa v'attaccate, o Divi
e voi Dive, e traete. E non per questo
dal ciel trarrete in terra il sommo Giove,
supremo senno, né pur tutte oprando
le vostre posse. Ma ben io, se il voglio,
la trarrò colla terra e il mar sospeso:
indi alla vetta dell'immoto Olimpo
annoderò la gran catena, ed alto
tutte da quella penderan le cose.
Cotanto il mio poter vince de' numi
le forze e de' mortai. - Qui tacque, e tutti
dal minaccioso ragionar percossi
ammutolîr gli Dei. Ruppe Minerva
finalmente il silenzio, e così disse:
Padre e re de' Celesti, e noi pur anco
sappiam che invitta è la tua gran possanza.
Ma nondimen de' bellicosi Achei
pietà ne prende, che di fato iniquo
son vicini a perir. Noi dalla pugna,
se tu il comandi, ci terrem lontani;
ma non vietar che di consiglio almeno
sien giovati gli Achivi, onde non tutti
cadan nell'ira tua disfatti e morti.
Con un sorriso le rispose il sommo
de' nembi adunator: Conforta il core,
diletta figlia; favellai severo,
ma vo' teco esser mite. - E così detto,
gli orocriniti eripedi cavalli
come vento veloci al carro aggioga:
al divin corpo induce una lorica
tutta d'auro, e alla man data una sferza
pur d'auro intesta e di gentil lavoro,
monta il cocchio, e flagella a tutto corso
i corridori che volâr bramosi
infra la terra e lo stellato Olimpo.
Tosto all'Ida, di belve e di rigosi
fonti altrice, arrivò su l'ardua cima
del Gargaro, ove sacro a lui frondeggia
un bosco, e fuma un odorato altare.
Qui degli uomini il padre e degli Dei
rattenne e dal timon sciolse i cavalli,
e di nebbia gli avvolse. Indi s'assise
esultante di gloria in su la vetta
di là lo sguardo a Troia rivolgendo
ed alle navi degli Achei, che preso
per le tende alla presta un parco cibo
armavansi. Ed all'armi anch'essi i Teucri
per la città correan; né gli sgomenta
il numero minor, ché per le spose
e pe' figli a pugnar pronti li rende
necessità. Spalancansi le porte:
erompono pedoni e cavalieri
con immenso tumulto, e giunti a fronte,
scudi a scudi, aste ad aste e petti a petti
oppongono, e di targhe odi e d'usberghi
un fiero cozzo, ed un fragor di pugna
che rinforza più sempre. De' cadenti
l'urlo si mesce coll'orribil vanto
de' vincitori, e il suol sangue correa.
Dall'ora che le porte apre al mattino
fino al merigge, d'ambedue le parti
durò la strage con egual fortuna.
Ma quando ascese a mezzo cielo il sole,
alto spiegò l'onnipossente Iddio
l'auree bilance, e due diversi fati
Troiani, Achivi, dal mio labbro udite
ciò che parla Alessandro, esso per cui
fra noi surta ed accesa è tanta guerra.
Egli vuol che de' Teucri e degli Achei
quete stian l'armi, e sia da solo a solo
col bellicoso Menelao decisa
d'Elena la querela, e in un di quanta
ricchezza le pertien. Quegli de' due
che rimarrassi vincitor, si prenda
la bella donna, e in sua magion l'adduca
col tutto che possiede: e sia tra noi
con saldi patti l'amistà giurata.
Disse; e tutti ammutîr. Ma non già muto
si restò Menelao, che doloroso,
Me pur, gridava, me me pure udite,
ché il primo offeso mi son io. Fra' Greci
bramo io pur diffinita e fra' Troiani
questa lite una volta e le sofferte
molte sventure per la mia ragione
e per l'oltraggio d'Alessandro. Or quello
perisca di noi due, che dalla Parca
è dannato a perire; e voi con pace
vi separate. Una negr'agna adunque
svenate, o Teucri, all'alma Terra, e un agno
di bianco pelo al Sole: un terzo a Giove
offrirassi da noi. Ma venga all'ara
la maestà di Prïamo, e la pace
giuri egli stesso su le sacre fibre
(ché spergiuri per prova e senza fede
io conosco i suoi figli), onde protervo
nessun di Giove i giuramenti infranga.
Incostante, com'aura, è per natura
de' giovani il pensier; ma dove il senno
intervien de' canuti, a cui presenti
son le passate e le future cose,
ivi è felice d'ambe parti il fine.
Sì disse; e rallegrò Teucri ed Achei
la dolce speme di finir la guerra.
Schieraro i cocchi e ne smontâr: svestiti
quindi dell'armi, le adagiâr su l'erba,
l'une appresso dell'altre, e breve spazio
separava le schiere. Alla cittade
due banditori, a trarne i sacri agnelli
e a chiamar ratti il padre, Ettore invìa:
invìa del pari il rege Agamennóne
alle navi Taltibio, onde la terza
ostia n'adduca; e obbediente ei corse.
Scese intanto dal cielo ambasciatrice
Iri ad Elèna dalle bianche braccia,
della cognata Laodice assunto
il sembiante gentil, di Laodice
che pregiata del prence Elicaone,
d'Antènore figliuolo, era consorte,
e tra le figlie prïamee tenuta
la più vaga. Trovolla che tessea
a doppia trama una splendente e larga
tela, e su quella istorïando andava
le fatiche che molte a sua cagione
soffrìano i Teucri e i loricati Achei.
La Diva innanzi le si fece, e disse:
Sorgi, sposa diletta, a veder vieni
de' Troiani e de' Greci un ammirando
spettacolo improvviso. Essi che dianzi
di sangue ingordi lagrimosa guerra
si fean nel campo, or fatto han tregua, e queti
seggonsi e curvi su gli scudi in mezzo
alle lunghe lor picche al suol confitte.
Alessandro frattanto e Menelao
per te coll'asta in singolar certame
combatteranno, e tu verrai chiamata
del prode vincitor cara consorte.
Con questo ragionar la Dea le mise
un subito nel cor dolce desìo
del primiero marito e della patria
e de' parenti. Ond'ella in bianco velo
prestamente ravvolta, e di segrete
tenere stille rugiadosa il ciglio,
della stanza n'usciva; e non già sola,
ma due donzelle la seguìan, Climene
per grand'occhi lodata, e di Pitteo
Etra la figlia. Delle porte Scee
giunser tosto alla torre, ove seduto
Priamo si stava, e con lui Lampo e Clizio,
Pantòo, Timete, Icetaone e i due
spegli di senno Ucalegonte e Antènore,
del popol senïori, che dell'armi
per vecchiezza deposto avean l'affanno,
ma tutti egregi dicitor, sembianti
alle cicade che agli arbusti appese
dell'arguto lor canto empion la selva.
Come vider venire alla lor volta
la bellissima donna i vecchion gravi
alla torre seduti, con sommessa
voce tra lor venìan dicendo: In vero
biasmare i Teucri né gli Achei si denno
se per costei sì dïuturne e dure
sopportano fatiche. Essa all'aspetto
veracemente è Dea. Ma tale ancora
via per mar se ne torni, e in nostro danno
più non si resti né de' nostri figli.
l'onor del prode, e una medesma tomba
l'infingardo riceve e l'operoso.
Ed io che tanto travagliai, che a tanti
rischi di Marte la mia vita esposi,
che guadagni, per dio, che guiderdone
su gli altri ottenni? In vero il meschinello
augel son io, che d'esca i suoi provvede
piccioli implumi, e sé medesmo obblìa.
Quante, senza dar sonno alle palpèbre,
trascorse notti! quanti giorni avvolto
in sanguinose pugne ho combattuto
per le ree mogli di costor! Conquisi
guerreggiando sul mar dodici altere
cittadi; ne conquisi undici a piede
dintorno ai campi d'Ilïon; da tutte
molte asportai pregiate spoglie, e tutte
all'Atride le cessi, a lui che inerte
rimasto indietro, nell'avare navi
le ricevea superbo, e dividendo
altrui lo peggio riserbossi il meglio;
o s'alcun dono agli altri duci ei fenne,
nol si ritolse almeno. Io sol del mio
premio fui spoglio, io solo; egli la donna
del mio cor si ritiene, e ne gioisce.
A che mai questa degli Achei co' Teucri
cotanta guerra? a che raccolse Atride
qui tant'armi? Non forse per la bella
Elena? Ma l'amor delle consorti
tocca egli forse il cor de' soli Atridi?
Ogni buono, ogni saggio ama la sua,
e tienla in pregio, siccom'io costei
carissima al mio cor, quantunque ancella.
Or ch'egli dalle man la mi rapìo
con fatto iniquo, di piegar non tenti
me da sue frodi ammaestrato assai.
Teco, Ulisse, e co' suoi re tanti ei dunque
consulti il modo di sottrar l'armata
alle fiamme nemiche. E quale ha d'uopo
ei del mio braccio? Senza me già fece
di gran cose. Innalzato ha un alto muro,
lungo il muro ha scavato un largo e cupo
fosso, e nel fosso un gran palizzo infisse.
Mirabil opra! che dal fiero Ettorre
nol fa sicuro ancor, da quell'Ettorre
che, mentre io parvi fra gli Achei, scostarsi
non ardìa dalle mura, o non giugnea
che sino al faggio delle porte Scee.
Sola una volta ei là m'attese, e a stento
poté sottrarsi all'asta mia. Ma nullo
più conflitto vogl'io con quel guerriero,
nullo: e offerti dimani al sommo Giove
e agli altri numi i sacrifici, e tratte
tutte nel mare le mie carche navi,
sì, dimani vedrai, se te ne cale,
coll'aurora spiegar sull'Ellesponto
i miei legni le vele, ed esultanti
tutte di lieti remator le sponde.
Se di prospero corso il buon Nettunno
cortese mi sarà, la terza luce
di Ftia porrammi su la dolce riva.
Ivi molta lasciai propria ricchezza
qua venendo in mal punto, ivi molt'altra
ne reco in oro, e in fulvo rame, e in terso
splendido ferro e in eleganti donne,
tutto tesoro a me sortito. Il solo
premio ne manca che mi diè l'Atride,
e re villano mel ritolse ei poscia.
Torna dunque all'ingrato, e gli riporta
tutto che dico, e a tutti in faccia, ond'anco
negli altri Achei si svegli una giust'ira
e un avvisato diffidar dell'arti
di quel franco impudente, che pur tale
non ardirebbe di mirarmi in fronte.
Digli che a parte non verrò giammai
né di fatto con lui né di consiglio;
che mi deluse; che mi fece oltraggio;
che gli basti l'aver tanto potuto
sola una volta, e che mal fonda in vane
ciance la speme d'un secondo inganno.
Digli che senza più turbarmi corra
alla ruina a cui l'incalza Giove
che di senno il privò: digli che abborro
suoi doni, e spregio come vil mancipio
il donator. Né s'egli e dieci e venti
volte gli addoppii, né se tutto ei m'offra
ciò ch'or possiede, e ciò ch'un dì venirgli
potrìa d'altronde, e quante entran ricchezze
in Orcomèno e nell'egizia Tebe
per le cento sue porte e li dugento
aurighi co' lor carri a ciascheduna;
mi fosse ei largo di tant'oro alfine
quanto di sabbia e polve si calpesta,
né così pur si speri Agamennóne
la mia mente inchinar prima che tutto
pagato ei m'abbia dell'offesa il fio.
Non vo' la figlia di costui. Foss'ella
pari a Minerva nell'ingegno, e il vanto
di beltà contendesse a Citerea,
non prenderolla in mia consorte io mai.
Serbila ad altro Acheo che al grand'Atride
Due Prïamidi, Cromio ed Echemóne,
venìano entrambi in un sol cocchio. A questi
s'avventò Dïomede; e col furore
di lïon che una mandra al bosco assalta
e di giovenca o bue frange la nuca;
così mal conci entrambi il fier Tidìde
precipitolli dalla biga, e tolte
l'arme de' vinti, a' suoi sergenti ei dienne
i destrieri onde trarli alla marina.
Come de' Teucri sbarattar le file
videlo Enea, si mosse, e per la folta
e fra il rombo dell'aste discorrendo
a cercar diessi il valoroso e chiaro
figlio di Licaon, Pandaro. Il trova,
gli si appresenta e fa queste parole:
Pandaro, dov'è l'arco? ove i veloci
tuoi strali? ov'è la gloria in che qui nullo
teco gareggia, né verun si vanta
licio arcier superarti? Or su, ti sveglia,
alza a Giove la mano, un dardo allenta
contro costui, qualunque ei sia, che desta
cotanta strage, e sì malmena i Teucri,
de' quai già molti e forti a giacer pose:
se pur egli non fosse un qualche nume
adirato con noi per obblïati
sacrifizi: e de' numi acerba è l'ira.
Così d'Anchise il figlio. E il figlio a lui
di Licaone: O delle teucre genti
inclito duce Enea, se quello scudo
e quell'elmo a tre coni e quei destrieri
ben riconosco, colui parmi in tutto
il forte Dïomede. E nondimeno
negar non l'oso un immortal. Ma s'egli
è il mortale ch'io dico, il bellicoso
figliuolo di Tidèo, tanto furore
non è senza il favor d'un qualche iddio,
che di nebbia i celesti omeri avvolto
stagli al fianco, e dal petto gli disvìa
le veloci saette. Io gli scagliai
dianzi un dardo, e lo colsi alla diritta
spalla nel cavo del torace, e certo
d'averlo mi credea sospinto a Pluto.
Pur non lo spensi: e irato quindi io temo
qualche nume. Non ho su cui salire
or qui cocchio verun. Stolto! che in serbo
undici ne lasciai nel patrio tetto
di fresco fatti e belli, e di cortine
ricoperti, con due d'orzo e di spelda
ben pasciuti cavalli a ciascheduno.
E sì che il giorno ch'io partii, gli eccelsi
nostri palagi abbandonando, il veglio
guerriero Licaon molti ne dava
prudenti avvisi, e mi facea precetto
di guidar sempre mai montato in cocchio
le troiane coorti alla battaglia.
Certo era meglio l'obbedir; ma, folle!
nol feci, ed ebbi ai corridor riguardo,
temendo che assueti a largo pasto
di pasto non patissero difetto
in racchiusa città. Lasciàili adunque,
e pedon venni ad Ilio, ogni fidanza
posta nell'arco, che giovarmi poscia
dovea sì poco. Saettai con questo
due de' primi, l'Atride ed il Tidìde,
e ferii l'uno e l'altro, e il vivo sangue
ne trassi io sì, ma n'attizzai più l'ira.
In mal punto spiccai dunque dal muro
gli archi ricurvi il dì che al grande Ettore
compiacendo qua mossi, e de' Troiani
il comando accettai. Ma se redire,
se con quest'occhi ri